Malinverno

Astolfo Malinverno, quando gli uomini diventano storie

Ci sono romanzi che sembrano nascere da desideri segreti, quasi che lo scrittore abbia letto nei nostri pensieri e deciso che sì, era arrivato il momento di tramutare le nostre fantasie in realtà. Non che capiti spesso di sognare a occhi aperti protagonisti claudicanti che si arrabattano fra il lavoro di bibliotecario e la guardiania di un cimitero, è più facile che ci si faccia irretire da un bel giovanotto, aitante e misterioso, eppure Astolfo Malinverno non vi lascerà indifferenti.

Mi chiamo Astolfo Malinverno. In qualunque altro paese del mondo sarebbe un nome memorabile, stravagante, di quelli che quando lo pronunci in classe i compagni si mettono a ridere, ma per fortuna attecchii a Timpamara, nel posto giusto, a conferma che con le nascite si compiono profezia di giustezza.

Domenico Dara, scrittore di origini calabresi, trapiantato in Lombardia, ambienta il suo nuovo romanzo, che prende il titolo proprio dal cognome del protagonista, Malinverno, a Timpamara, sede della più antica cartiera della regione e di un maceratoio. I suoi abitanti sembrano convivere con la carta dei libri fino a esserne posseduti e i romanzi, così come saggi e trattati, diventano la loro quotidianità, al punto che ogni abitante è stato battezzato con un nome che rievoca la grande letteratura del passato: c’è Mopassàn, c’è Desdemonte, ci sono Plutarco e Anatolio, Abelardo, Fintore, e appunto Astolfo, che dell’eroe dei poemi cavallereschi ha però ben poco.

È un solitario Astolfo, un uomo che trova consolazione alla propria vita di abitudini nei libri, li salva dal macero per portarli in biblioteca e condividerli con i compaesani: li riscrive a volte, ne cambia i finali, quando a suo dire non sono perfetti, sebbene il suo concetto di perfezione sia alquanto bizzarro.

Ogni mia lettura è condizionata da questa esigenza di perfezione, al punto che presi l’abitudine di trascrivere su un quaderno i titoli dei libri perfetti, specificando di volta in volta la maniera in cui il protagonista o gli altri personaggi importanti morivano.

Al lavoro di bibliotecario però, il sindaco gliene affianca un altro, quello di guardiano del cimitero e così ogni pomeriggio, seppur di malavoglia, si arma di rastrello per pulire le tombe, presenzia ai funerali, mette a dimora qualche pianta, finché un giorno, per caso, il ritratto di una donna sconosciuta, sepolta senza nome e senza data, lo catturerà in modo irreparabile.

È un romanzo, quello di Domenico Dara, che si affida alla ricercatezza della lingua per non cadere nei sentimentalismi o nei cliché, ché l’atmosfera da realismo magico nostrano potrebbe essere in agguato: eppure la destrezza dell’autore sta proprio nel non far percepire alcunché di ultraterreno né di inspiegabile negli avvenimenti che coinvolgeranno Astolfo lungo il corso della storia. I piedi sono ben piantati per terra anche quando tra le tombe si aggira Elea Maierà, l’uomo che è morto, ma poi è resuscitato, o Isaia Caramante, che armato di borsello e cuffie trascorre intere giornate fra le lapidi del cimitero di Timpamara impegnato in non si sa cosa, o ancora di più quando la storia d’amore tra Margherita e Fiodoro troverà il proprio coronamento proprio grazie ad Astolfo.

Ed è l’amore quello che percorre le pagine come un filo rosso, l’amore per i libri, per una donna, per chi non c’è più, perché resta comunque indissolubile, al di là di tutto, al di là del tempo presente: Astolfo Malinverno ama, ed è questa la cosa che conta, lo capisce dal primo momento in cui i suoi occhi si posano sul ritratto della sconosciuta, e per lui diventa Emma, la sua Emma, Madame Bovary. E ritrovarla viva, in carne e ossa, specchio di se stessa davanti alla lapide muta, trasformerà la sua vita, come nessuno dei suoi adorati libri avrebbe mai saputo fare.

Domenico Dara, Malinverno. Feltrinelli Editore, 2020, pp. 331  

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