Flannery O’Connor e le sue “figure imponenti e spaventose”

La consuetudine ormai diffusa di cercare nei romanzi la consolazione alle afflizioni della vita con storie a lieto fine, che, con una definizione ormai abusata, “scaldino il cuore”, oltre a farci tornare il sorriso, ci ha condotti lungo un declivio che sta trasformando la letteratura in una forma di rassicurazione a pagamento, in cui ci si sente in diritto di pretendere una felicità senza compromessi e magari con un ridotto numero di pagine, in modo da non impegnare troppo tempo.

Al giorno d’oggi una scrittrice come Mary Flannery O’Connor sarebbe una deflagrazione:

Se lo scrittore crede che la nostra vita è e rimarrà sempre essenzialmente misteriosa, se guarda a noi, esseri umani, come creature che esistono in un ordine del creato fondato su leggi alle quali aderiamo di nostra spontanea volontà, allora ciò che vede in superficie gli interesserà solo se è in grado di trascenderlo, per immergersi nell’esperienza del mistero stesso. Il tipo di narrativa che scrive sarà sempre impegnata a spostare i propri limiti un passo più avanti, verso i limiti del mistero…

Nata nel 1925 a Savannah in Georgia, la O’Connor era una fervente cattolica, ed è proprio la fede a fare da sfondo a tutta la sua produzione letteraria, da Il cielo è dei violenti (trad. di Gaja Cenciarelli, Minimum Fax

2020) alla raccolta Un brav’uomo è difficile da trovare (trad. di Gaja Cenciarelli, Minimum Fax 2021), che include dieci dei trentadue racconti che la scrittrice diede alle stampe nella sua breve vita, segnata da un’invalidità che ne ridusse via via la possibilità di muoversi (morì all’età di 39 anni in seguito a complicazioni derivanti dal lupus eritematoso sistemico, malattia che aveva ereditato dal padre).

Non è una fede bigotta quella di Flannery O’Connor, al contrario, sembra che la profonda religiosità le abbia consentito di osservare i suoi conterranei, gli abitanti della cosiddetta ‘Bible Belt’, il Sud protestante degli Stati Uniti, con un acume e una capacità di svelarne le idiosincrasie, così come il razzismo nascosto tra le pieghe di una beneficenza di facciata, che non ha pari fra gli scrittori suoi contemporanei.

Ho l’impressione che gli scrittori che vedono il mondo alla luce della loro fede cristiana siano, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile… Devi gridare ai duri d’orecchio e tracciare immagini grandiose e strabilianti per gli orbi.

Nei dieci racconti qui raccolti, pubblicati originariamente nel 1955, la O’Connor, figlia di un’epoca e di un contesto storico in cui usare la parola ‘negro’ non era politicamente scorretto, affronta spesso il tema del confronto tra le razze, e anche se si percepisce talvolta una certa superiorità intellettuale, le rappresentazioni più impietose sono sempre quelle che riguardano i bianchi: si tratta spesso di uomini gretti, vittime di una presunzione che nasce dall’ignoranza e nel razzismo trova il proprio riconoscimento reciproco (Il negro artificiale); donne succubi di una sessualità subita da cui l’uomo alla fine esige un trofeo (Brava gente di campagna), se non addirittura come un’opportunità da cui trarre un profitto per interposta persona (La vita che salvi potrebbe essere la tua).

Il grottesco e l’umorismo spesso feroce della penna di Flannery O’Connor sono il marchio di fabbrica di uno stile che nella caricatura e nella beffa trovano l’espressione più audace, ma allo stesso tempo più fedele, di come la follia quotidiana possa scendere a patti e sopravvivere alla morale. Come scriveva il filosofo Friedrich Nietzsche, “Uno scherzo è l’epitaffio per la morte di un sentimento”.

Flannery O’Connor, Un brav’uomo è difficile da trovare, trad. di Gaja Cenciarelli. Minimum Fax, 2021, pp. 285

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