Il numero dei cieli, una storia del multiverso

Un citazione inesatta tratta da Plutarco tramanda l’aneddoto che, dopo aver conquistato quasi tutto il mondo conosciuto, Alessandro Magno abbia pianto, perché non c’erano più mondi da conquistare: in realtà Alessandro era già a conoscenza dell’esistenza di una pluralità di mondi – e di conseguenza consapevole dell’impossibilità di conquistarli tutti – grazie al filosofo greco Anassarco, che nel V sec. a.C. era un seguace dell’atomismo di Democrito.

L’esistenza o meno di altri universi è un argomento che da sempre affascina gli scienziati e non solo, per questo motivo Tom Siegfried, giornalista scientifico, ha deciso di dedicargli un saggio di godibilissima lettura, che dall’antichità arriva fino ai giorni nostri per raccontarci come si sia evoluta nei secoli prima la speculazione, più di recente lo studio del cosiddetto multiverso: Il numero dei cieli, edito da Bollati Boringhieri nella traduzione di Andrea Migliori, è una narrazione prevalentemente storica, che contrappone chi pensa che il nostro sia l’unico mondo e chi pensa invece sia solo uno fra i tanti.

René Descartes

Se l’autorità di un filosofo come Aristotele aveva posto una pietra tombale sulla possibilità del multiverso, poiché a suo insindacabile giudizio la logica impediva l’esistenza di più mondi, e aveva ostacolato così qualsiasi progresso scientifico in tal senso, fu nel 1277, con la condanna del pensiero aristotelico da parte del vescovo di Parigi che la pluralità di mondi venne rivalutata: Dio poteva creare tutti gli universi che voleva e il “numero dei cieli”, come avrebbe poi scritto Cartesio nel XVII secolo, divenne d’un tratto indefinitamente grande.

 

L’odierna discussione sul multiverso e quella medievale differiscono per più di un aspetto fondamentale. […] I pianeti, le stelle e le galassie, un tempo considerati come mondi distinti dal nostro, si erano manifestati agli occhi degli astronomi in maniera diretta. Filosofi, scienziati e poeti avevano potuto immaginare di visitarli e di conversare con i loro abitanti. Gli universi multipli di cui si parla oggi, invece, sono fisicamente inaccessibili. Esistono (se esistono) non solo dove nessuno è mai stato ma anche dove nessuno andrà mai.

 

Lo stile di Siegfried è chiaro anche nei passaggi all’apparenza più complessi, quando si addentra nei meandri della fisica quantistica, nelle teorie degli universi paralleli di Hugh Everett III o nella cosmologia antropica, spesso bersaglio di avversari agguerriti. Perché se questo nostro mondo è il cosiddetto mondo Riccioli d’oro, dove le condizioni per la nascita e lo sviluppo della vita si sono realizzate con una precisione che ha del miracoloso, la componente di casualità che questo punto di vista presuppone smantellerebbe le certezze di qualsiasi rigore scientifico. 

L’universo che conosciamo ha avuto origine 13,8 miliardi di anni fa in seguito a una deflagrazione nota come Big Bang, dalla definizione polemica che durante una trasmissione radiofonica ne diede lo scrittore e fisico britannico Fred Hoyle: da allora lo spazio si espande come un palloncino all’infinito, ma di fatto non abbiamo prove che il nostro universo non si ramifichi di continuo o che non ci siano dimensioni spaziali aggiuntive (c’è chi ne ipotizza addirittura dieci!), che accolgano universi fluttuanti come bolle di sapone.

E se, come Einstein, siete convinti che Dio non giochi a dadi con l’universo (con queste parole lo scienziato tedesco liquidò la teoria quantistica di Bohr e Heisenberg, nonostante gli studi abbiano poi dimostrato che Dio non solo gioca a dadi, ma ci si diverte pure parecchio), sappiate che comunque l’universo non sarà mai così prevedibile come vorremmo.

Tom Siegfried, Il numero dei cieli, trad. di Andrea Migliori. Bollati Boringhieri, 2020, pp. 318

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