Siberia

I pianoforti perduti della Siberia

Nel 2015, in una iurta mongola nei pressi di Karakorum, una giovane pianista esegue brani di Chopin e Beethoven su un pianoforte che non sembra in grado di valorizzarne l’indiscutibile talento. Perché non provare con uno strumento antico?, dice qualcuno. Uno di quelli che giacciono sperduti da anni nelle terre desolate e dimenticate della Siberia?

I miei viaggi in Siberia erano appena iniziati quando mi arrivò una fotografia da una musicista che viveva in Kamčatka, la lontana penisola che dal margine orientale della Russia si protende nelle nebbie del Pacifico settentrionale. Nell’immagine alcuni vulcani si elevano sul paesaggio piatto, dove un cono a forma di A svetta su biche e avvallamenti. Il ghiaccio indugia in sacche nel terreno. Al centro c’è un pianoforte verticale.

È da qui che prende avvio il magnifico reportage di Sophy Roberts Il suono perduto della Siberia, pubblicato da Mondadori nella traduzione di Giuliana Lupi: la Roberts è una giornalista inglese, scrive per Financial Times e The Economist, e per la realizzazione di questo libro è stata affiancata dal fotografo americano Michael Turek, i cui scatti sono stati poi raccolti in un lavoro monografico, dal titolo Michael Turek: Siberia, pubblicato in Gran Bretagna dall’editrice Damiani Books.

 

La lunghissima tratta della ferrovia transiberiana, che da Mosca arriva a Vladivostok

La Siberia è nota soprattutto come un territorio sconfinato, dal clima estremo, in cui le condizioni di vita sono difficili, se non impossibili – le temperature possono scendere fino a -56° C -, e dove sin dai tempi degli zar venivano inviati delinquenti comuni e dissidenti politici per scontare pene dall’esito spesso letale.

In questa terra inospitale, dopo la rivoluzione del 1917, vennero distribuiti ai cittadini sovietici numerosi pianoforti, al fine di fornire un’educazione musicale anche a chi non ne aveva mai avuta una: purtroppo, con il crollo dell’URSS vennero a mancare i fondi per sostenere il progetto e numerosi pianoforti furono abbandonati. Il suono perduto della Siberia racconta la storia di questi pianoforti, una storia che a volta dura addirittura secoli.

Ma la storia di questi pianoforti è allo stesso tempo la storia della Russia – e dell’Unione Sovietica -, da Caterina la Grande a Lenin, dall’assedio di Leningrado, quando i pianoforti divennero legna da ardere, a Stalin, che negli anni Trenta del XX secolo fondò il teatro di Novosibirsk, luogo in cui ha sede ancora oggi il più grande teatro dell’opera di tutta la Russia.

Teatro dell’Opera di Novosibirsk

 

Il cosiddetto «Colosseo della Siberia» domina una piazza vuota ornata di statue sovietiche. […] un teatro panoramico talmente grande che potrebbe accogliere una colonna di carri armati nella buca dell’orchestra, dalle dimensioni così imponenti che lo si potrebbe percorrere in trattore dalla strada al palcoscenico. L’arredo originale era altrettanto stravagante: candelieri di cristallo, drappi di velluto rosso, finte statue romane e bric-à-brac vittoriano. La gente del posto mormorava che il seminterrato ospitasse uno dei bunker di Stalin.

Per chi ama i reportage di viaggio, la musica e la storia, e allo stesso tempo non gradisce le temperature tropicali che ci attendono nei prossimi mesi, questo è il libro perfetto con cui trascorrere un’estate al fresco!

Sophy Roberts, Il suono perduto della Siberia, trad. di Giuliana Lupi. Mondadori, 2021, pp.376

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