In Giappone alla ricerca di “Un lavoro perfetto”

La società giapponese ci ha da tempo abituati a continue sorprese, alimentando la nostra curiosità con uno stile di vita che per molti versi è diametralmente opposto al nostro: da questa cultura così rigorosa, che sa coniugare fantasia e tradizione dando vita a veri e propri cult come i manga (fumetti) e gli anime (cartoni animati), nasce la fascinazione occidentale per la narrativa giapponese, che negli ultimi anni, grazie soprattutto ai libri di Murakami Haruki, è in continua evoluzione.

Un lavoro perfetto di Tsumura Kikuko, edito da Marsilio con la traduzione di Francesco Vitucci, racconta la storia di una donna che, dopo essersi licenziata in seguito a un esaurimento nervoso, è alla ricerca di un impiego che preveda mansioni semplici e non abbia possibilità di carriera.

Il romanzo, suddiviso in cinque capitoli, ognuno dei quali è appunto dedicato a uno dei lavori scelti dalla protagonista, si dispiega in un crescendo, nel quale il desiderio di non lasciarsi coinvolgere viene pian piano soppiantato dalla consapevolezza di potersi rendere utile ed essere apprezzata dagli altri.

La signora Masakado apre un altro fascicolo e lo sfoglia velocemente. Non c’è bisogno che ti dai tanto da fare!, penso. Non voglio dire che non debba cercarmi un nuovo lavoro, ma non c’è neanche bisogno che sia così zelante… D’altronde mi ha ascoltato con pazienza incredibile mentre le raccontavo quant’ero fisicamente e psicologicamente provata dal mio ultimo impiego, quindi suppongo di non potermi aspettare niente di diverso.

Attraverso la voce narrante, una trentaseienne di cui il nome non viene mai svelato, veniamo a conoscenza di alcune dinamiche della società giapponese che a noi potrebbero risultare incomprensibili: dal tipo di impieghi, inusuali per i nostri standard – controllare le registrazioni fatte da una telecamera di sorveglianza, situate all’interno di un abitazione; inventare annunci pubblicitari per una società di autobus; scovare curiosità storiche e naturalistiche da scrivere sui pacchetti di cracker -, ai resoconti giornalieri che ogni dipendente, per qualsiasi impiego, deve presentare al proprio superiore per documentare il lavoro svolto (!).

È una lettura agevole quella di Un lavoro perfetto, nulla di irriverente – come è scritto in quarta di copertina, con una citazione dal Financial Times -, né di saggio: attuale sì, perché nella società in cui viviamo, orientale o occidentale che sia, il lavoro condiziona la nostra vita, forse più di quanto vorremmo, è ciò in cui siamo obbligati a trovare la nostra realizzazione personale, perché non solo ci nobilita, ma permea i contorni della nostra personalità fino a definirla, e se non è “il lavoro perfetto” per noi, diventa uno specchio deformante che ci impedisce di trovare noi stessi.

Il romanzo, che inizia con il lavoro di videosorveglianza, fra i cinque il più blando e monotono, segue anche nello stile l’ascesa professionale della protagonista, perché se il primo capitolo risulta il più anodino e irrilevante, la penna dell’autrice acquisisce personalità man mano che la protagonista acquista consapevolezza, ed è un’ascesa in cui ci sentiamo sempre più coinvolti dai dubbi che la perseguitano, così come dalle prime, inequivocabili certezze, e se pian piano inizieremo a domandarci Cos’è che sta cercando in realtà?, dovremo aspettare la sorpresa finale per avere la risposta.

Una risposta che ha quasi il sentore di una rivelazione.

 

Tsumura Kikuko, Un lavoro perfetto, trad. di Francesco Vitucci. Marsilio editore, 2021, 317 pp.

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