Sovietistan, un viaggio in Asia centrale

Pochi luoghi sul nostro pianeta sembrano essere poco attraenti allo sguardo come i paesi dell’Asia Centrale: deserto, deserto, e ancora deserto. Se si organizzasse una scommessa sull’esatta collocazione delle Repubbliche ex-Sovietiche che si estendono al di là degli Urali in pochi si azzarderebbero a esprimersi fiduciosi. Ma il Turkmenistan esattamente dove sta? E com’è che si pronuncia quell’altro? Kirghizistan? Siamo sicuri che il Tagikistan confini con il Pakistan? 

Le cinque Repubbliche

L’ignoranza che ci avvolge, ahimè, è un fatto assodato, un po’ come l’aura di mistero in cui sono avvolti Kazakhstan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan da ben prima del crollo dell’URSS, ma se la curiosità di conoscere ciò che è avvenuto nel passato recente e tuttora avviene in quelle lande remote e particolarmente impenetrabili vi pungola senza darvi tregua, Soviestan di Erika Fatland (Marsilio, 2017) è il libro che fa per voi.

Il grande gioco, Peter Hopkirk

L’Asia Centrale ha giocato un ruolo fondamentale nelle dinamiche politiche già dal XIX secolo, com’è testimoniato nell’eccellente saggio Il grande Gioco (definizione utilizzata dall’ufficiale dell’esercito britannico Arthur Connolly nel 1829) di Peter Hopkirk (Adelphi, 2004): erano gli anni in cui la Russia avanzava implacabile verso Est alla conquista di nuovi territori ed eventualmente di uno sbocco sull’Oceano Indiano (la fissazione per lo sbocco sul mare dell’epoca zarista si è mantenuta fino ai nostri giorni ed è un pallino che i russi non riescono a togliersi dalla testa!), mentre l’Inghilterra cercava di creare regioni cuscinetto a protezione del “gioiello della corona”, l’India, conquistando khanati in Turkmenistan e Afghanistan. Per grande parte dell’800 i due paesi furono impegnati in rivalità e scaramucce, i servizi segreti sfacchinavano dalla mattina alla sera, e riuscirono a coinvolgere nei loro intrighi Iran, Cina, Mongolia e Tibet: solo nel 1905, con la sconfitta della Russia nella guerra contro i giapponesi, lo zar Nicola II, fiaccato anche dalla rivoluzione interna al paese, decise di pensare ai fatti suoi (ne aveva ben donde) e non continuare a sfruculiare con l’Impero britannico.

Saparmurat Nyyazow

Ai giorni nostri l’interesse per questa regione risiede soprattutto nella prosecuzione, più o meno velata, delle dinamiche dittatoriali così ben apprese durante gli anni di appartenenza all’Unione Sovietica: se nella madre patria russa Vladimir Putin gioca al piccolo zar, i suoi epigoni asiatici non sono da meno. Il culto della personalità l’ha fatta da padrone un po’ ovunque e se si è riusciti a intravedere un barlume di democrazia, lo si deve alle leggi di natura: in Turkmenistan, ad esempio, solo la morte del Türkmenbaşy Saparmurat Nyyazow, profeta discendente da Alessandro Magno e da Maometto, a suo dire, avvenuta nel 2006 in seguito a un infarto, ha reso il paese finalmente libero dalle sue stravaganze, fra le quali ricordiamo la statua d’oro alta dodici metri in cui il Padre dei Turkmeni aveva il viso sempre rivolto verso il sole (un congegno meccanico permetteva alle statua di girarsi seguendo il movimento del sole!), la modifica del calendario con nomi di mesi e giorni presi di sana pianta da quelli dei membri della famiglia presidenziale, la sua faccia rappresentata anche sulle bottiglie di vodka, che si sa da quelle parti non mancano mai, l’obbligo di tagliare barba e baffi, valido anche per quei pochi turisti che avessero l’ardire di visitare l’”indipendente, permanentemente neutrale” Turkmenistan (definizione conferita dall’ONU). 

Le pagine della Fatland si susseguono esilaranti, ma mi fermo qui, ché anche l’Uzbikestan di stranezze è prodigo: qui le effigi dei presidenti scarseggiano, ma la paura costante di essere ripresi dalle telecamere e ascoltati da qualche poliziotto fa sì che l’unico luogo dove si possa parlare in santa pace siano le automobili. Eppure anche a Taškent si è dovuto attendere che il presidente Islom Karimov passasse a miglior vita per avere uno spiraglio seppur tenue di democrazia: la sua dipartita ha però privato gli uzbeki delle prodezze della figlia Gulnara, detta Googoosha, ambasciatrice e rappresentante dell’ONU, “poetessa, mezzosoprano, designer e una bellezza esotica uzbeka” come invece ama definirsi lei stessa, che negli anni ha deliziato i suoi compatrioti con il proprio talento musicale, tanto da duettare addirittura con Julio Iglesias durante la Settimana della moda di Tashkent, evento ideato da lei stessa, e in seguito con Gerard Depardieu. Sulla sua linea di gioielli per Chopard giudicheranno i posteri.

A noi non resta da aggiungere che il libro di Erika Fatland non è solo una raccolta di bizzarrie e astrusità da ancien régime, ma dà voce anche e soprattutto alla situazione tragicamente silenziosa di quelli che subiscono ogni giorno la povertà che dalla ricchezza esagerata dei loro governanti deriva: perché se il Kirghizistan ha un’economia prevalentemente agricola e il Tagiskistan fornisce gran parte della propria forza lavoro alla Russia, le altre Repubbliche possono contare su giacimenti di petrolio (Kazakhstan), gas naturale (Turkmenistan) e miniere d’oro (l’Uzbekistan è l’ottavo produttore al mondo).

Se avete scoperto dentro di voi una scintilla d’interesse per questi luoghi estremamente affascinanti, vi consiglio di proseguire con la lettura di Imperium, reportage scritto all’indomani del crollo dell’URSS  dal grande giornalista polacco Ryszard Kapuścinski (Feltrinelli, 1993) e de Il cuore perduto dell’Asia di Colin Thubron (TEA, 2014), narrazione di luoghi e incontri indimenticabili. 

Buona lettura!

Erika Fatland, Sovietistan, trad. di Eva Kampmann. Marsilio, 2017, pp. 538

Per informazioni scrivere a: info@tfnews.it