Successioni: è giunta l’ ora?

Nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che il Governo sta approvando in questi giorni sono riportate le previsioni inerenti il rapporto tra debito pubblico e Pil italiano.
Il dato, secondo le stesse previsioni, dovrebbe attestarsi intorno al 158% alla fine del 2020 (livello raggiunto solo nel 1919) per tornare presumibilmente sotto il 130% (livello precedente alla crisi da Coronavirus) solo verso il 2030.

Senza entrare nel merito dell’origine di questa enorme massa di debito che lo Stato Italiano ha contratto, è naturale chiedersi come faranno i governi attuale e futuri per raggiungere il 130%. In primo luogo sarà fondamentale concentrarsi sulla crescita del Pil, ma sicuramente qualcosa avverrà anche sul piano del debito e quindi sulla spesa pubblica e sulla tassazione.

Durante la settimana scorsa hanno fatto parecchio clamore le parole del Ministro Provenzano, che annunciava una riforma del fiscale previsto per le successioni. Non sarebbe il primo esponente politico ad affrontare il tema: introdotta nei primi anni Novanta, abolita ad opera di Berlusconi e reintrodotta da Prodi, l’imposta sulle successioni è stato il pensiero fisso del governo Gentiloni, tanto da farne oggetto di duri contrasti al suo interno. La causa di tanto interesse è fornito da alcuni dati molto precisi: l’Ocse stima che l’Italia abbia incassato 820 milioni nel 2018: lo 0,05% del Pil.

Si tratta di una cifra lontana da quanto incassato negli altri principali paesi europei. In Francia, per esempio, nel 2018 il gettito dell’imposta su successioni e donazioni è stato pari a 14,3 miliardi di euro, cioè lo 0,61 per cento del Pil: in altre parole, quasi tredici volte il gettito italiano in rapporto al Pil.  Germania, Regno Unito e Spagna, invece, riescono a incassare quasi cinque volte l’Italia (sempre in rapporto alle dimensioni dell’economia).

La ragione di questo raccolto ben più ricco si rintraccia nelle aliquote più alte (punte superiori al 50% in Francia) e franchigie più basse.  In Italia, infatti, se si parla di trasferimenti tra coniugi o parenti in linea retta (figli, nipoti o genitori) l’aliquota è del 4% ma non colpisce tutti i beni fino a 1 milione di euro di valore. Se si parla di fratelli o sorelle, l’aliquota sale al 6% e la franchigia scende a 100 mila euro e così via fino alla versione più ‘pesante’ che prevede aliquota all’8 % senza franchigie.

La riforma, tante volte paventata, mirava proprio a modificare la struttura dell’imposta e prevedeva un abbassamento delle soglie di franchigia, un incremento delle aliquote sino alla soglia di 5 milioni di euro di valore dei beni ereditati e addirittura l’aumento delle aliquote relative ai patrimoni superiori a 5 milioni di euro, in misura variabile dal 21 al 45% a seconda del grado di parentela.

Certamente un provvedimento del genere incontrerebbe tante difficoltà politiche. Allo stesso tempo, però, il carattere di emergenza in cui versa il paese, potrebbe dare la spinta definitiva a questa che sarebbe una vera e propria rivoluzione.

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