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Cinema: “Żeby nie było śladów (Senza lasciare tracce)” di Matuszyński

Il 12 maggio 1983 la polizia polacca uccide Grzegorz Przemyk figlio di Barbara Sadowska; aveva 19 anni. Questo racconta “Żeby Nie Było Śladów’ (Senza lasciare tracce)” del trentasettenne polacco Jan P. Matuszyński in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

Un film che è un atto di condanna verso il rozzo e dittatoriale sistema staliniano instaurato in Polonia fino al 1989, e nello stesso tempo è un monito verso le oligarchie che oggi si instaurano o cercano di instaurarsi nel nostro mondo.

Il regista ci presenta subito i tre personaggi che saranno il fulcro della vicenda: Jurek, interpretato Tomasz Ziętek, il suo amico Grzegorz Przemyk, interpretato da Mateusz Górski, e la padrona di casa Barbara Sadowska, con il volto di  Sandra Korzeniak. I due ragazzi festeggiano il successo scolastico di Grzegorz bevendo un po’ di vino; poi si avviano verso il centro di Varsavia per continuare la festa, succede che uno salti sulle spalle dell’altro per gioco e che ridendo finiscano per terra, proprio in quel momento arrivano due poliziotti che pretendono i documenti.

Ispirato a fatti realmente accaduti, il film ripercorre la storia di Jurek, l’unico testimone del pestaggio che, da un giorno all’altro, diventa il nemico numero uno dello Stato. Il regime tirannico mette in moto l’intero apparato, servizi segreti, milizia, media e tribunali, per annientare Jurek e le altre persone coinvolte nel caso definiti di volta in volta ubriachi, drogati, puttanieri, omosessuali; inclusi i suoi genitori e la madre di Przemyk, Barbara.

Jan P. Matuszyński ha parlato così del suo lavoro: “I film sono uno strano tipo di specchio. Possono penetrare nelle pieghe più profonde dell’anima di una persona. Sia del protagonista sia dello spettatore. Ognuno può vedere un’immagine diversa riflessa in uno specchio, ed è in questa precipua caratteristica che risiede la bellezza del cinema. Questa è la libertà di cui abbiamo bisogno.

Grzegorz Przemyk amava la propria libertà quando la polizia gli chiese di esibire la sua carta d’identità il 12 maggio 1983. Sapendo di non essere tenuto a mostrarla in quanto allora la legge marziale era stata abolita, non lo fece. Nessuno sa chi abbia inferto l’ultimo colpo fatale.

Ha un non so che di kafkiano e ricorda altri casi contemporanei. La presenza di un testimone oculare è l’unica ragione per cui questa storia è venuta a galla. Il film mi ha dato l’opportunità di passare in rassegna le molteplici prospettive del regime comunista della Polonia degli anni Ottanta. Uno specchio a più strati che bisogna cercare di non infrangere. Solo con il supporto del ricordo, possiamo sperare che questo non accada nuovamente.”

Il regista ha anche specificato che: “Non volevamo raccontare la storia attraverso la prospettiva di un giornalista, ma con lo sguardo del testimone, colui che è stato più vicino alla vittima e che ha visto la verità, l’unico che può dire chi ha fatto del male a Grzegorz. Quando ho iniziato a pensare a questo film, mi sono concentrato sul tema dell’oppressione, avendo in mente l’inquietudine morale del cinema americano degli anni Settanta, di quello giapponese, dei film di Michelangelo Antonioni. Abbiamo creato un mosaico di generi: è un film storico ma anche thriller e un dramma familiare. Per ricostruire la Varsavia del periodo abbiamo voluto trovare elementi che non fossero solo decorativi, perché il racconto legato specificatamente a quella scenografia. Non poteva essere una cartolina del passato“.

 

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